scritto da Filippo Falvella - 19 Marzo 2025 08:15

Il valore d’una vita svalutata: il suicidio tra i giovani

Essere sensibili è diventato un atto di rivolta, e grandissimo coraggio, ma cos'è il coraggio di fronte ad una causa persa?

Una delle caratteristiche che i governi del nostro paese continuano ad ereditarsi, come una feroce staffetta che non sembra mai deludere chi passa il testimone, è la totale assenza di reattività. Al di fuori delle fiacche prese di coscienza, che offrono alle vittime e al popolo per intero più rabbia che conforto, di fronte alle crisi la risposta è sempre la stessa: un lentissimo processo di azione rappresentativa, che anche solo prima di produrre un qualsiasi tipo di effetto è già annegata nel mare della dimenticanza. Quando in un anno vengono registrati più morti sul lavoro, lentamente si tenta di regolarizzare le condizioni di sicurezza e le normative a tutela dei lavoratori. Quando in un anno si registrano più morti a causa di incidenti stradali lentamente si tenta di aumentare le sanzioni, coercitive e non, e limitare le possibilità che le persone si mettano alla guida in stati di minore lucidità.

Quando invece ogni anno si registrano più causi di suicidio, soprattutto nei giovani, seppur lentamente, cosa si fa?

All’incirca ogni 11 minuti, nel mondo, un adolescente si toglie la vita. Questa è solo una delle tantissime statistiche, questa nello specifico della WHO, World Health Organization, che monitorano e segnalano spaventosissimi aumenti del suicidio come causa di morte tra i giovani tra i 15 e i 31 anni. Nel 2020 si erano registrati in Italia 3748 casi di suicidio, nel 2021 3870. Questi dati che ogni anno aumentano hanno portato ad essere, ad oggi, il suicidio come seconda causa principale di morte tra i giovani. E’ impensabile che in una società funzionale la seconda causa di morte tra chi ancora deve scoprire la vita è il togliersela, è un dato di una gravità che lascia senza parole, di una disumanità e di una inconsapevolezza senza pari. Quanti conoscevano questi dati prima di leggere queste righe? Quanti erano al corrente di tale atrocità? Quanto se ne è parlato e quanto se ne parlerà nei canali di comunicazione? Può davvero essere di natura epifanica il raggiungimento di una tale consapevolezza? E’ giusto che sia il risultato di una ricerca e non informazione nota? I provvedimenti che si prenderanno per un qualcosa di cui neanche si parla lasciano davvero ben poco da sperare. Senza interrogarci sulle cause sarà ben più arduo il doveroso compito di elaborare una soluzione che sia quanto tempestiva quanto efficiente. Ma dubito che in questa sede le cause siano da scoprire, poiché mi è decisamente più facile immaginare di doverle individuare in un senso di frustrazione e impotenza che son ben radicati, seppur invisibili come radici stesse, in una società che semina artificialmente e pretende che i suoi alberi crescano rigogliosi seppur senza luce, non naturale almeno. Cosa può portare qualcuno ad avvertire un così forte senso di smarrimento e “irrecuperabilità”, che sono ovviamente solo parte di eventuali cause che non intendo in nessun modo limitare a queste, tanto da decidere di terminare la sua vita? Il problema è, almeno a mio dire, che in questa odierna società l’unico standard valutativo è diventata l’eccellenza. Ci viene inculcata da esempi e canali di informazione che il perdere anche solo un momento questo ci sfuggirà per sempre, che se perdiamo il Pullman la possibilità di recuperare la fermata andando a piedi non è più ammissibile: non sono concessi ritardi. Un solo passo falso, o meglio fuori tempo, e la propria vita sarà irrimediabilmente rovinata. Quattro anni per una triennale, un concorso perso, un 27 anziché un 30 ad un esame, un anno perso durante la scuola primaria o secondaria, il non riuscire in tenera età ad eccellere in uno sport.

Tappe normali, ovvero il “fallimento”, diventano terribili sfregi: cicatrici inqualificabili e marchi indelebili. E’ troppo tardi troppo presto. Il fallimento non è più parte d’un percorso che porta al “successo”, che ormai non vive più di individualità ma di canoni alla quale adempiere rigorosamente, bensì un freno che rende una ripartenza impossibile. Per essere validi ci è richiesto non solo di non cadere mai, ma neanche inciampare. Essere sensibili è diventato un atto di rivolta, e grandissimo coraggio, ma cos’è il coraggio di fronte ad una causa persa? Abbandono e resa, nei riguardi di una società che non permette la normalità, puntando il dito ad una perfezione che, non prendiamoci in giro, non appartiene a nessuno.

Le pressioni sono sempre più forti e arrivano sempre più presto, non tenendo conto di cuori ancora in sviluppo e animi ancora in rafforzamento, che devono predisporsi ad una marcia estenuante che offre sempre meno calore a chi oltre quel tepore non avrebbe davvero nient’altro da chiedere. Eppure lo si lascia da solo, al freddo, permettendo ch’egli creda che quel gelo che avverte nel petto non è altro che sua responsabilità, e che quel calore, suo diritto, neanche lo meritava.

 

Ho 24 anni e studio filosofia all'Università degli studi di Salerno. Cerco, nello scrivere, di trasmettere quella passione per la filosofia ed il ragionamento, offrendo quand'è possibile, e nel limite dei miei mezzi, un punto di vista che vada oltre quel modo asettico e alle volte superficiale con cui siamo sempre più orientati ad affrontare le notizie

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