Salerno, la celebre “Anatra all’arancia” al Teatro Verdi: risate e applausi ma il femminile?
La storia è quella classica di un tradimento coniugale: lei (Lisa, la moglie) ha incontrato un avvenente - quanto noioso - nobile (Leopoldo) di cui si è invaghita e col quale è decisa ad iniziare una nuova vita lasciando marito e figli; lui (Gilberto, il marito tradito) è un uomo di spettacolo e di successo che, anziché agitarsi per la rivelazione, pianifica una strategia per far fallire il progetto della moglie

Tutto esaurito al Teatro Verdi di Salerno per la rappresentazione de “L’anatra all’arancia”, commedia messa in scena con la regia di Claudio Greg Gregori e un cast eccellente formato dai due protagonisti Emilio Solfrizzi, nei panni di Gilberto, e Carlotta Natoli, in quelli di Lisa, e da Beatrice Schiaffino, Ruben Rigillo e Antonella Piccolo, rispettivamente la segretaria Patty, il conte Leopoldo Augusto Serravalle Scrivia e la domestica Teresa.
La pièce è un adattamento del notissimo vaudeville dell’inglese William Douglas-Home, originariamente intitolato “The secretary bird”, per la prima volta inscenato nel 1967 e subito dopo adattato dallo sceneggiatore francese Marc-Gilbert Sauvajon con il nuovo titolo, col quale poi arrivò in Italia recitato da Alberto Lionello e Valeria Valeri e poi reso cinematograficamente da Ugo Tognazzi e Monica Vitti.
La storia è quella classica di un tradimento coniugale: lei (Lisa, la moglie) ha incontrato un avvenente – quanto noioso – nobile (Leopoldo) di cui si è invaghita e col quale è decisa ad iniziare una nuova vita lasciando marito e figli; lui (Gilberto, il marito tradito) è un uomo di spettacolo e di successo che, anziché agitarsi per la rivelazione, pianifica una strategia per far fallire il progetto della moglie. Fingendosi “civile”, propone di organizzare una cena nella loro villa di campagna, invitando l’amante e la sua avvenente e svampita segretaria (Patty) con la quale propone di farsi trovare a letto dalla domestica per addossarsi la colpa del divorzio. Il fine, neanche tanto nascosto, è quello di far ingelosire la – quasi ex – moglie, rendendo l’amante insulso e scialbo agli occhi di lei. Ovviamente, tutto andrà come previsto, i due coniugi resteranno uniti mentre il conte e la segretaria andranno via insieme.
La conclusione è che nella vita “c’è chi è fatto per essere marito e moglie e chi per fare l’amante”, chiosa la segretaria, come fosse un teorema di base.
Tutto il cast rappresenta la punta di diamante dello spettacolo. Con i suoi monologhi, tipici della commedia all’italiana, Solfrizzi riesce a strappare al pubblico risate e applausi malgrado lo spettacolo duri ben 150 minuti e, ad un certo punto, un pò di stanchezza si avverta. Carlotta Natoli è perfetta nel ruolo della moglie annoiata, snob, perfettina, esilarante mentre trangugia alcolici col marito per affrontare la tensione della partita psicologica che stanno giocando. Del pari, irresistibili gli altri membri del cast.
Il pubblico ride, si diverte, vuole leggerezza e questo adattamento gliela restituisce tutta.
D’altronde, si potrebbe chiosare, la fotografia del reale è verosimile oggi come negli anni Sessanta: un marito che tradisce lo fa con leggerezza, senza quasi mai mettere in dubbio il proprio matrimonio, una moglie che tradisce invece lo fa con l’idea romantica di una nuova vita, non rendendosi conto che, in fondo, forse l’uomo che ha davanti non è diverso da quello che si sta lasciando alle spalle.
Si tratta di una storia piena di cliché, per come si decide di narrarla.
L’uomo tradito risulta un eroe di strategia e sangue freddo: in una sola giornata riesce a salvare il matrimonio, paradossalmente tradendo la moglie con la segretaria e contemporaneamente rivestendo di ridicolo l’amante. La moglie è caratterizzata come una sciocca, sognatrice e ingenua, emotiva ai limiti della irrazionalità. La segreteria è narrata come una ragazza facile, senza istruzione ma con la furbizia che viene dalla malizia. La figura femminile insomma non ne esce particolarmente bene. Manca l’introspezione, completamente coperta dal momento comico, a volte forse sovrabbondant.
Del resto, lo abbiamo detto, qui si cerca la leggerezza, non l’analisi.
Eppure, se leggerezza non è superficialità e se anche una commedia leggera insegna qualcosa, perché si torna a casa con una serata divertente ma anche una fotografia della realtà, sia pure immaginata, allora forse un diverso affresco della donna sarebbe stato possibile.
Non ho visto lo spettacolo ma dall’articolo credo di aver capito bene i luoghi comuni e l’immagine che viene data della donna. Direi che in questo momento storico abbiamo bisogno di tutt’altro. Valorizziamo il femminile, anziché riderci su!