Non scambiare per cultura le sagre paesane, le pacchianate folcloristiche o le più fantasiose e improbabili delle mostre e sfilate
Il Rapporto Annuale di Federculture presentato ieri, e che registra una positiva crescita del settore della cultura nel nostro Paese, offre più di uno spunto di riflessione.
In primo luogo, c’è da osservare che il settore della cultura, dopo anni di declino e quasi di oblio, è tornato al centro del dibattito e dell’iniziativa di governo. Un merito che va di sicuro e in larga misura ascritto all’attuale ministro Franceschini. Si possono muovere, infatti, tutte le obiezioni che si vogliono, sta di fatto però che la cultura nel nostro Paese, mettendo in movimento alcuni meccanismi che sembravano pesantemente inceppati, è stata per così dire sbloccata proprio in questi ultimi due anni. Ed era ora. I musei italiani più importanti affidati a direttori-manager, anche stranieri, e le molte iniziative per avvicinare il grande pubblico al nostro immenso patrimonio artistico, archeologico e culturale, sono stati indiscutibilmente i grimaldelli per affermare come non mai l’interesse degli italiani per la cultura e, di conseguenza, per dare alla cultura stessa quella centralità che da sempre è apparsa ai più indispensabile per una seria e praticabile, oltre che moderna politica di sviluppo del Paese.
In secondo luogo, appare evidente che la crescita della spesa degli italiani per la cultura, nonostante la crisi economica che nell’ultimo decennio ha impoverito e impaurito il Paese, l’aumento del numero di nostri connazionali che visitano i musei o vanno a teatro, il crescente consumo di cultura soprattutto tra i giovani, il boom del turismo culturale e l’incremento dell’ attrattività che il nostro Paese esercita sugli stranieri, costituiscono dei punti di forza che vanno curati, sviluppati e potenziati. Insomma, la risorsa cultura è un essenziale fattore di crescita economica cui assegnare un ruolo sempre più preminente.
In terzo luogo, non va trascurato quanto evidenziato dal Rapporto circa la continua espansione nel Bel Paese dell’industria culturale e creativa, che rappresenta un segmento produttivo molto vivace e articolato comprendente sia le aree artistiche tradizionali, arti visive, arti performative, letteratura, musica, sia quelle del design, moda, artigianato, intrattenimento, comunicazione. In altri termini, un apparato produttivo molto complesso, ma anche vasto, variegato e magmatico, il cui sviluppo va favorito e consolidato anche con adeguati provvedimenti normativi e fiscali, non fosse altro perché ancora oggi ci sono ben 11 milioni di italiani che non fruiscono di alcun prodotto culturale.
In conclusione, la strada giusta è stata finalmente imboccata ma è ancora molto il cammino da fare. Diciamo che stiamo solo agli inizi. Occorre, allora, che la politica, le istituzioni, il governo nazionale ma anche quelli locali, puntino forte sulla cultura che, contrariamente a quanto erroneamente sosteneva l’arido e oscurantista ministro Tremonti, produce ricchezza per l’intera comunità nazionale, reddito per le famiglie e occupazione, soprattutto per i giovani.
E di ciò, delle potenzialità di sviluppo e crescita del territorio che la risorsa cultura rappresenta, dovrebbero farne tesoro soprattutto gli enti locali, i comuni in primis. Qualche soldino in più da investire in cultura è strategico per attirare turisti, visitatori, ma anche per rendere più godibile la città per i propri abitanti. Con l’avvertenza, però, di non confondere, come spesso avviene, la cultura con le sagre paesane, le pacchianate folcloristiche o le più fantasiose e improbabili mostre e sfilate.
Insomma, la cultura è una cosa seria e irrimediabilmente di qualità. Come ha giustamente e con molto acume evidenziato ieri l’ex ministro Giovanni Melandri, la cultura è la medicina dell’anima. E, come le medicine, prima di prenderle è meglio leggere le avvertenze per capire di cosa si tratti e cosa si assume. Allo stesso modo, prima di definire cultura qualcosa, meglio capire di cosa stiamo parlando.